martedì 25 dicembre 2012

Chapter 65. #New.

Mi fecero uscire il lunedì mattina dall'ospedale, il giorno che gli altri erano tornati a scuola, a me avevano imposto un settimana di pausa, di riposo.
Mi fece bene stare un pò sola e ripensare a tutta quella faccenda, nonostante facesse malissimo. Il mio viso tornò completamente a posto dopo un mese e più, il corpo leggermente prima.
Vennero a trovarmi a casa i miei due zii con i miei cuginetti, Martina e mia zia mi chiamarono subito da Londra, la notizia era giunta fino a lì. Stessa cosa fecero i parenti che avevo in Sardegna, Daniele tornò a casa il lunedì sera, tutti i giorni ci sentivamo e mi chiedeva come stavo, era preoccupato.
Tutti eravamo preoccupati, specialmente io. Avevo paura potesse capitarmi di nuovo, avevo paura di svoltare l'angolo e trovarmi davanti quell'uomo (se così si chiama una persona che fa del male alla gente), quello che la polizia stava ancora cercando, che era ancora in libertà e magari si stava facendo i comodi suoi con qualcun'altra ragazza o signora, quel che sia, che comunque stava facendo passare lo stesso inferno che aveva fatto passare a me a qualcun'altra.
Fornii un identikit dettagliato alla polizia, me lo ricordavo bene quel bastardo, tutte le notti tornava ad infestare i miei sogni, la maggior parte delle volte urlavo di paura nel cuore della notte.
Avvisai alla squadra di pattinaggio che avrei ripreso ad allenarmi non appena mi sarei rimessa in sesto, con la band invece annullammo varie date che avevamo concordato sia con il Versus che con altri locali, non ce la facevo a cantare, gli avevo detto di fare senza di me per qualche tempo ma loro continuavano a dirmi che non avrebbero fatto niente senza di me, che eravamo una band e che restavamo uniti in ogni occasione. Infatti era vero, loro sono stati altri amici che non mi hanno mai abbandonato.
Specialmente le prime settimane dopo quel maledetto 10 settembre non volli mai stare sola, soprattutto quando dovevo uscire, quello era il momento in cui la paura mi assaliva di più, paura che mi potesse succedere qualsiasi cosa.
Con Serena mi iscrissi ad un corso di autodifesa personale, durava due settimane, tre ore a settimana (un'ora e mezza a lezione), mi sentivo leggermente più sicura anche su questo fatto.
Iniziai scuola il 20, il mio viso stava leggermente meglio, la dentista mi aveva messo due denti provvisori in attesa di poter fare l'impianto, nessuno si accorse che quelli mi mancavano, piuttosto si accorsero dei numerosi lividi che avevo, in classe tutti sapevano cosa mi era successo, ogni tanto mi facevano qualche domanda ma non sempre riuscivo a rispondere, faceva troppo male ripensarci.
Quando tornavo a casa però tornava anche la tristezza. Mi medicavo le ferite, controllavo lo stato dei lividi, passavo delle creme per alleviare il dolore ancora persistente in alcuni punti.
Non uscivo quasi per niente, la maggior parte delle volte venivano i miei amici a casa, io e Francesco provavamo a vederci tutti i giorni ma non sempre era possibile, aveva da studiare, ormai era al quarto anno, anche io dovevo studiare, ma quando riuscivamo a stare insieme era sempre una cosa fantastica, riuscivamo a recuperare parte di quell'amore che avevamo perduto.
I miei fratelli venivano spesso a casa, Giovanni tutti i giorni, Laura quando veniva la maggior parte delle volte portava anche i gemellini e io quindi potevo rallegrarmi un pò le giornate stando un pò con i piccoli.
Ma senza dubbio le persone che mi stettero più vicine furono mia madre e Silvia.
Con la mia migliore amica passai la maggior parte dei miei pomeriggi, col fatto che avevamo gli stessi compiti e gli stessi impegni potevamo passare il tempo insieme, studiando, parlando e divertendoci. Poi quando potevano si aggregavano a noi anche i nostri ragazzi, ogni tanto uscivamo tutti insieme, con loro mi sentivo sicura.
Nella settimana in cui tornavo a scuola, mentre stavamo insieme io e lei, ritirammo fuori un argomento importante, che con tutto quel trambusto avevamo messo da parte: la Spagna.
Verso le sei del pomeriggio del 23 entrai su facebook, non ci entravo dal giorno prima del casino, lo avevo totalmente rimosso. Mi resi conto di non aver mantenuto delle promesse guardando alcune e-mail: erano Jairo, Julieta e Lucas che mi chiedevano che fine avessi fatto, non mi ero più fatta sentire e che non gli avevo detto com'era andato l'esame.
Stavo per rispondergli quando Lucas mi scrisse.
"Claudia, eccoti finalmente, dove sei stata tutto questo tempo?"
"E' successo un casino in questi giorni, scusami se non mi sono più fatta viva, diciamo che avevo altro per la testa."
"Riguarda gli esami?"
"Non proprio. Senti, se vuoi mettiamo la cam così ti spiego tutto, c'è qui con me Silvia, mi aiuterà a parlartene."
"Va bene, per tua fortuna sono qui anche Jairo e Julieta, non vediamo l'ora di rivederti, anzi, rivedervi."
-Silvia, ricordi l'argomento Spagna che abbiamo archiviato?-
-oh si, dobbiamo parlarne assolutamente!-
-ecco, ferma, aspetta un attimo: mi devi aiutare. Non li sento dal giorno della webcam, non gli ho più detto niente, ora sono di nuovo tutti insieme e ho proposto io una webcam così provo a spiegargli cos'è successo.-
-ah, buono, ti devo aiutare ad affrontare l'argomento?-
-si, ti prego.-
-va bene, avviala. 
Accesi la webcam, ero indecisa se farmi vedere fin da subito o no. All'inizio li salutai da lontano, poi mano a mano mi avvicinai.
-ciao ragazzi.- dicemmo.
-hola chicas! Come state?-
-bene... cioè, quasi..- disse Silvia.
-cos'è successo? Non ci avete più detto niente..- disse Julieta facendo una faccia un pò offesa.
-si, scusateci, purtroppo ci sono state delle cose non molto belle in questi giorni.- dissi.
-Claudia, avvicinati un pò che sennò non ti si vede.- mi dissero Jairo e Lucas.
-ragazzi, non vi impressionate per favore però.- dissi.
-perché dici così?- mi chiese Julieta, ero senza trucco quindi si vedeva bene com'era ridotta la mia faccia. Mi misi seduta vicino a Silvia, lei mi tenne per mano, e li guardai. Loro mi guardavano stupiti.
-c...che è successo al tuo viso, Claudia?- mi chiese Jairo.
-non è stata una settimana molto facile per tutti noi, specialmente per lei.-
-cos'è successo?-
-sono stata.... sono stata...violentata, ecco.- dissi con un fil di voce. Sbarrarono gli occhi.
-cosa??-
-eh, quello che avete sentito.- disse Silvia.
-spero stiate scherzando, anche se è di cattivo gusto.-
-no Lucas.- gli dissi.
-no, non scherzano affatto.- gli disse Julieta, aveva gli occhi lucidi, a me scese una lacrima.
-quando è successo?- mi chiese Jairo.
-venerdì scorso, sono andata a vedere i risultati degli esami e poi nei pressi della scuola... lasciamo perdere, va.- dissi, con la voce tremante dal pianto.
-è una cosa tremenda questa.- disse Lucas: -l'hanno preso a quello?-
-no, purtroppo è ancora in giro, lo stanno cercando.- disse Silvia, appoggiai la testa sulla sua spalla. Lei mi accarezzò delicatamente i capelli per confortarmi.
Mi stavo ributtando giù, se per un attimo avevo pensato di esser felice di parlare con gli spagnoli nonostante la situazione adesso invece stavo tornando triste, era troppo presto per tornar a raccontare cos'era successo, la ferita era ancora fresca e poteva squarciarsi e diventare una voragine in qualsiasi momento.
Era immensamente difficile spiegargli cos'era successo, non tanto per la lingua, anzi, a me e Silvia veniva piuttosto facile parlarci, il problema era che le parole non uscivano, si bloccavano in gola.
-tu come ti senti ora?-
-non bene Juli, sono confusa e lunatica. Un momento sono felice, l'altro mi sento morire, rido e piango allo stesso tempo, a volte sembra che le ferite si riaprano e facciano più male di prima. Spero di superare al più presto questa fase, non posso e non voglio continuare così.-
-ti ha distrutta, è evidente.- disse Jairo
-a parte esteticamente, il danno più grande l'ha fatto interiormente.- disse lei quasi commossa, sicuramemte essendo una donna poteva ben capire cosa si provava. O almeno immaginarlo.
-cosa si prova in queste situazioni? Scusami per la domanda incomoda.-
-no Lucas, quale domanda incomoda, ora ti dico. In quel momento io mi sono sentita impotente, non avevo armi per lottare, ma forse una si: la speranza e la voglia di vivere. Solo quelle mi hanno dato la forza di non chiudere gli occhi e di resistere a quel dolore lancinante. Mi sono risvegliata all'ospedale e lì le crisi di pianto si sono impossessate di me. Ma ora cerco di proseguire, anzi, di tornare della mia vita di sempre.-
-hai una grande forza d'animo, ce la farai.- mi dissero, con loro anche Silvia.
-grazie, siete molto confortanti.-
Parlammo un altro pò, per non mettermi in imbarazzo mi fecero poche domande sull'accaduto, ma piuttosto mi chiesero della scuola e di com'erano andati gli esami, facendomi anche qualche domanda sull'estate e a Silvia, grazie al concerto sapevano della sua gravidanza, erano felici per lei.
Li salutammo alle sette e qualcosa, Silvia doveva tornare a casa. Ero contenta di averci parlato, ma non euforica come lo ero quel giorno... quel maledetto giorno da dimenticare.
Mi aveva fatto bene parlargli e raccontargli cos' era successo, rivederli e sentirli, ne avevo bisogno. Vedere Lucas mi aveva reso felice, ma nemmeno troppo.
In quel momento i miei problemi amorosi mi sembravano stupidi,  inesistenti, con una soluzione facile da trovare. I sogni ad occhi aperti sulla Spagna continuavano a strapparmi qualche sorriso ma erano sempre in secondo piano. La mia priorità era quella di riprendere la mia vita di sempre, provar a dimenticare tutto quell'orrore. Ma non si poteva dimenticare, semmai superare. Ed io ero indignata a riprendermela.

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